Everest

Everest è un film del 2015 diretto, co-prodotto e montato da Baltasar Kormákur.
La pellicola, che ha aperto la 72ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 2 settembre 2015, narra la disastrosa spedizione sull’Everest avvenuta nel 1996, raccontata nel saggio Aria sottile (Into Thin Air), scritto nel 1997 da Jon Krakauer, il quale ha criticato aspramente il lungometraggio.

Un gruppo, formato da persone eterogenee e affidato alla guida di Rob Hall (Jason Clarke) che è il proprietario dell’Adventure Consultants, si accinge a scalare l’Everest. Rob Hall è sposato con Jan (Keira Knightley), la quale è in attesa di una figlia. Un altro gruppo è formato dall’alpinista Scott Fischer (Jake Gyllenhaal)per una spedizione “turistica”. Arrivati al campo base si trovano altri gruppi, rendendo il tentativo di scalata molto affollato e complicando di conseguenza la preparazione della spedizione.

Per semplificare la scalata Rob e Scott decidono di collaborare e fissano la data della partenza in comune per il 10 maggio 1996. Il 9 maggio, ben 5 spedizioni turistiche sono impegnate nell’ardua impresa di raggiungere l’agognata vetta del Monte Everest. Apparentemente, le condizioni meteorologiche sembrano ideali. Lungo la scalata alcuni clienti hanno delle difficoltà, a cui si sommano anche dei problemi organizzativi, e di conseguenza l’arrivo sulla vetta viene ritardato. Ad un tratto però si scatena un’improvvisa bufera di neve, che uccide uno scalatore e minaccia le esistenze degli altri 23, tra uomini e donne, che si ritrovano a fronteggiare ostacoli al limite delle loro possibilità a una quota di 8000 metri. Presi nella morsa del gelo feroce e della tormenta di neve che rischia di farli letteralmente precipitare dalla montagna. Alla fine di quel drammatico giorno altri 8 scalatori, tra cui anche lo stesso Hall, troveranno la morte nella disperata battaglia per la sopravvivenza, mentre l’alpinista Beck Weathers, dopo aver passato una notte all’addiaccio, riesce a tornare al campo dove viene recuperato da un elicottero Ecureuil, che per la prima volta raggiunge tale quota. Beck Weathers sopravvive alla disavventura, perdendo però l’uso di entrambe le mani e del naso.

Nel libro Krakauer, ritornato fortunosamente  al campo base, racconta questo atroce epilogo soffermandosi sulle complesse circostanze e sull’intreccio di decisioni ed errori che condussero un gruppo amatoriale a lottare contro la morte sulla vetta più alta del mondo, un sito che gli scalatori chiamano giustamente The Death Zone. Si trattà della peggiore tragedia mai capitata a una spedizione sull’Everest.

Il reportage è stato contestato dalla guida russa Anatoli Boukreev, oggetto nel libro di una dura critica da parte di Krakauer per aver scelto di scalare la cima senza le bombole d’aria, e poi di aver ridisceso la montagna davanti ai suoi clienti. L’autore, in una postilla ad un’edizione tascabile del libro, replicò al libro pubblicato dal russo in tono conciliatorio sulla versione degli eventi oggetto di controversie. In seguito, Boukreev morì colpito da una valanga sull’Annapurna I, altra vetta Himalayan.

Fonti: Jon Krakauer.com

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