Museo partecipativo come piattaforma di esperienze

Facendo riferimento ai profili motivazionali dell’Art Council England, il Bedroom Dj è la metafora che va ad individuare quella cerchia di ragazzi disinteressati a ciò che riguarda i musei, le mostre e le istituzioni culturali in generale.

Come può un’istituzione ristabilire il contatto con il pubblico e in particolare con giovani poco motivati?

L’individuazione del target di riferimento è sicuramente il primo step per definire un progetto culturale.

In secondo luogo è necessario capire quali sono le motivazioni che spingono l’utente a non interessarsi al proprio bagaglio culturale. L’idea di vivere un’esperienza sempre uguale e monotona con contenuti incomprensibili, poco accattivanti e stimolanti è probabilmente la causa del disinteresse.

Oltre a prendere in considerazione queste problematiche, l’istituzione deve saper ascoltare il pubblico per capirne i bisogni e le aspettative, abbattendo le barriere che impedisco di vivere un’esperienza positiva che rafforzi le conoscenze e invogli il passaparola.

In questo caso l’istituzione partecipativa, rispetto ad una tradizionale risulta efficace: mentre un’istituzione tradizionale è un contenitore ed un espositore di oggetti, l’istituzione partecipativa mette l’utente in condizione di creare, archiviare condividere, cercare contenuti e da essi trarne insegnamento (Il capitale culturale, 2012, p.101).

Si passa così da un modello di trasmissione dei valori di tipo lineare ad uno di tipo circolare dove si cerca di andare in contro alle esigenze e alle motivazioni individuali dei visitatori.

I progetti partecipativi si dividono sostanzialmente in:

  • Collaborativi
  • Co-produttivi
  • Contributivi

Quest’ ultimo coinvolge tutti i tipi di visitatori mentre i primi due solo una cerchia ristretta. Il modo più comune in cui i fruitori partecipano è proprio il contributo, sotto forma di commenti verbali e scritti, oggetti, foto ricordo ecc. (Nina Simon, The Participatory Museum, 2010, capitolo 6)

Nel libro The Partecipatory Museum, Nina Simon mette in stretta relazione le istituzioni partecipative e la piattaforma Youtube.Sulla piattaforma le visualizzazioni influenzano lo stato dei video, chi guarda i video diventa quindi un partecipante considerevolmente importante. Nina Simon vuole sottolineare come su Youtube, sia importante chi crea e posta video ma soprattutto chi questi video li guarda, li condivide, li commenta. (Nina Simon, The Participatory Museum, 2010, capitolo 1)

Tra le forme di partecipazione più utilizzate citiamo lo storytelling, ovvero il meccanismo con il quale il museo chiede al proprio pubblico di raccontare le emozioni e le sensazioni che la visita ha suscitato, grazie all’utilizzo di siti web e blog dedicati.

I musei però non puntano solo su feedback di tipo virtuale ma bensì anche di tipo “fisico”. Il fruitore è quindi chiamato ad esprimere la propria esperienza, attraverso opere (immagini, video, suoni) da esibire all’interno del museo, diventando così un prosumer, ovvero un consumatore che partecipa all’aspetto produttivo. (Il capitale culturale, 2012, p.101)alwl_feedback

L’idea di creare e condividere materiale crea un forte senso di appartenenza e orgoglio nel fruitore, fattori molto importanti per rendere l’esperienza significativa. Contemporaneamente a ciò, un progetto partecipativo ben riuscito risulta proficuo per il museo stesso: più la visita risulterà interessante più l’utente farà pubblicità e probabilmente deciderà di ritornare.

In generale, dal punto di vista dei partecipanti, un buon progetto contributivo fornisce l’opportunità di esprimersi, di rendere la partecipazione accessibile a prescindere dalle proprie conoscenze, di rispettare tempi e capacità dei singoli oltre a spiegare in modo chiaro come i contributi saranno utilizzati innescando un meccanismo di fiducia.

Il senso stesso del museo si sta via via evolvendo, passando da mero contenitore a “piattaforma” (virtuale e fisica) di interazione e scambio fra i vari users che possono contribuire in maniera significativa alla sua valorizzazione.

Il museo è chiamato a svolgere un ruolo di mediatore fra l’oggetto e l’utente soprattutto con riferimento a quel pubblico che ha difficoltà nell’accesso e fruizione del patrimonio culturale, come ad esempio un target giovane.

Per far ciò è necessario passare da un visitatore che percepisce i messaggi in maniera passiva ad uno che reinterpreta tali messaggi mettendosi in gioco.

In particolar modo, nei musei locali riguardanti la cultura di uno specifico territorio, adottare una strategia come lo storytelling “svecchia” il museo stesso dandogli un significato più profondo: ogni oggetto infatti rappresenta varie esperienze intrecciate fra loro.

Per concludere la riflessione si può parlare di musei partecipativi come luoghi di accesso alla cultura più democratici e inclusivi, che rendendo il patrimonio culturale in continuo accrescimento grazie alle esperienze condivise.

Sofia Pontina

 

 Bibliografia:

  • Nina Simon, 2010, The Participatory Museum, Lightning Source Inc
  • Elisa Bonacini, 2012, Il capitale cultural: Studies on the Value of Cultural Heritage vol.5, EUM edizioni Università di Macerata

Sitografia:

 

 

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