Museo diffuso- di cosa si tratta?

I due museologi francesi, Georges Henri Rivière e Hugues de Varine, sono considerati gli ideatori dell’ecomuseo e sono loro ad esprimere con chiarezza cosa sia un ecomuseo quando individuano le differenze esistenti fra i musei tradizionali e gli ecomusei, contrapponendo alla triade del museo tradizionale – immobile, collezione, pubblico – quella dell’ecomuseo – territorio, patrimonio, comunità. L’ecomuseo, infatti, si configura come una nuova forma di museo, un museo che esce da un luogo chiuso e si riappropria del territorio, con il quale reinstaura un legame. E’ un museo che non si limita più a raccontare e a custodire una collezione ma che abbraccia il patrimonio storico-artistico-paesaggistico di un intero territorio. E’ un museo che abbandona il rapporto distaccato con il pubblico per aprirsi alla comunità che assume nel museo diffuso un ruolo partecipativo e propositivo.  “L’Ecomuseo…vuole essere uno specchio nel quale la comunità locale ritrova la sua identità e la mostra agli altri” [1]

Il rapporto che la comunità ha col territorio è ciò che determina il senso di appartenenza ad un territorio, è ciò che definisce l’identità della comunità stessa. Territorio e comunità sono due elementi portanti dell’ecomuseo, a voler significare che il territorio e la comunità che lo abita sono un tutt’uno; ciascuno dei due elementi è fondamentale per l’altro, ciascuno è la forza dell’altro.

Per citarne alcuni, si può far riferimento al Museo diffuso dell’Habitat Rupestre (Puglia), al Museo diffuso del castello di Alceste (San Vito dei Normanni-Brindisi), al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà e, per descriverne uno, al MuseoTorino, definito come «un museo nuovo» come spiega Daniele Lupo Jalla, coordinatore dei servizi museali della città di Torino, «È un modello di museo virtuale e reale allo stesso tempo unico nel panorama italiano, ma anche in quello europeo».

«Si tratta del primo modello di museo diffuso fatto di musei (dall’Egizio alla Galleria d’arte moderna, da Palazzo Reale al Museo delle Ferrovie), di accademie, di chiese, di piazze, di giardini e di tutti quei luoghi in cui sono custodite le testimonianze di Torino»

In Italia non esiste ancora una legge nazionale atta a regolare gli ecomusei, ma in occasione dell’Incontro Nazionale “Verso un Coordinamento Nazionale degli Ecomusei: un processo da condividere” tenutosi a Catania il 12 e 13 ottobre 2007 nell’ambito del Convegno “Giornate dell’Ecomuseo – Verso una nuova offerta culturale per lo sviluppo sostenibile del territorio” è stato elaborato un documento, la “Carta di Catania” (anche detta “Carta degli ecomusei”). In essa viene espresso uno degli aspetti fondanti del museo diffuso: “I partecipanti concordano che l’Ecomuseo è una pratica partecipata di valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, elaborata e sviluppata da un soggetto organizzato, espressione di una comunità locale, nella prospettiva dello sviluppo sostenibile”.

I musei servono se rafforzano legami identitari, se contribuiscono a mantenere vive le comunità, se combattono la frammentazione e la dispersione sociale, se diffondono nuove idee e costruiscono nuovi riferimenti culturali, se aiutano i singoli a sentirsi parte di un progetto comune di vita e di sviluppo .

 

[1]Sul sito dell’ecomuseo del fiordo di Furore: http://www.comune.furore.sa.it/index.php?action=index&p=281

 

Sitografia:

www.italianostra.org

www.migliodoro.org

www. corriere.it

 

 

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