Comunicazione visiva

L’iter progettuale: dalla teoria alla pratica

“I musei non sono un fine in sé stessi, ma un mezzo al servizio dell’umanità”[1]: con questa affermazione di Alma Wittlin viene sottolineato uno degli aspetti fondamentali della comunicazione dei beni culturali ovvero che il fine del museo o di qualsivoglia ente culturale, è il fruitore.

La consapevolezza di dover comunicare ad un pubblico diversificato e nel modo più funzionale possibile non è una novità degli ultimi anni ma al contrario già negli anni ’60 Albe Steiner formalizza la definizione di grafica di pubblica utilità, una disciplina fondata sull’intenzione di tradurre, in un linguaggio visivo semplice e comprensibile al maggior numero di persone, le informazioni di natura culturale, sociale o educativa.

Nella comunicazione visiva della cultura l’importanza ricade da una parte sul patrimonio artistico-culturale e dall’altra sulla struttura comunicativa, “pensata come un fitto dialogo tra il bene stesso e il cittadino, allo scopo di sviluppare una società civile che si riconosce in una identità comune e da questa trae elementi di crescita”.[2]

L’iter progettuale per una buona comunicazione si fonda sul porsi e rispondere alle giuste domande che sono: “a chi”, “cosa”, “dove”, e “come” comunicare.

Queste domande sono evidentemente funzionali al concetto di museo al servizio della società, come esplicitato dalla definizione di museo fornita dall’ ICOM[3], e bisogna dare necessariamente una risposta in relazione ad essa.

Riguardo alla prima domanda è piuttosto difficile seguire un’unica linea guida comunicativa che vada bene a tutti i visitatori poiché questi non costituiscono un insieme indistinto e omogeneo ma al contrario sono persone di età, estrazione sociale, formazione culturale diversa o più semplicemente con interessi e obbiettivi distinti.

Questo primo quesito risulta forse il più importante dato che proprio negli ultimi anni è emerso da alcuni studi che nei musei l’attenzione si è spostata dalla collezione mettendo invece al centro del processo comunicativo il visitatore.

Nonostante la diversità degli utenti è necessario fare leva su quelli che sono gli aspetti comuni. Il progetto museale deve essere in grado di lasciare sensazioni positive, di far sentire a proprio agio i visitatori, di trasmettergli curiosità e soddisfazione, solo in questo modo avranno costruito un’esperienza piacevole di cui probabilmente parleranno ad altri e il museo sarà riuscito nel suo intento.

Per quanto riguarda i contenuti sono strettamente vincolati al luogo che li contengono, è infatti importantissimo che ci sia uno studio sul corretto posizionamento degli oggetti in base alla volontà di volerli distinguere ed isolarli dagli altri o meno, anche lo studio accurato dell’illuminazione o la scelta di utilizzare attrezzature digitali o meno influiscono sulle modalità di fruizione della collezione, aspetti che rientrano in generale all’ambito dell’allestimento museale.

La risoluzione dell’ultimo quesito, che è “come” comunicare, rappresenta anche il punto di snodo dei quesiti precedenti.

Le modalità di comunicazione sono prettamente legate a cinque categorie definite dai paradigmi visivi di parzialità, temporalità, fluidità, variabilità, spettacolarità/ seduttività.

Una delle categorie più interessanti risulta essere, a mio parere, quella della “spettacolarità/seduttività” che consiste solitamente nell’adottare un linguaggio persuasivo e provocatorio che tendenzialmente si usa in ambito pubblicitario ma che risulta molto efficace. Un esempio che può essere citato è il progetto per il museo di storia naturale Grigore Antipa di Bucarest affidato appunto ad una nota agenzia pubblicitaria, la Leo Burnett. La pubblicità diventa lo strumento di comunicazione visiva e ha lo scopo di spingere il maggior numero di persone a visitare il museo. La campagna pubblicitaria del 2004 comunica la storicità attraverso un linguaggio del tutto contemporaneo, per rappresentare, ad esempio, il tema dell’evoluzione dell’uomo utilizza una sequenza di Barbie. Questa appena descritta è una tecnica che sicuramente chiama l’attenzione dei più giovani invogliandoli ad un approccio alla cultura ma, per quanto io la ritenga un’iniziativa originale, ha suscitato numerose perplessità perché più propenso a rappresentare un luogo di intrattenimento e meno focalizzato sulla conservazione e la conoscenza.

      

Un altro esempio che vale la pena citare è il progetto di immagine coordinata per il Moderna Museet di Stoccolma che costruisce la sua identità visiva utilizzando come elementi cardine: il font, il logotipo e la palette cromatica. Questo museo viene identificato da un logotipo che già esisteva nel passato del museo rappresentante il suo nome scritto con la calligrafia dell’artista americano Robert Rauschenberg, si viene così a creare una connessione tra museo, opera e artista. La scelta del font ricade, invece, sul MM Gridnik, la cui sigla richiama il monogramma del museo ed è affiancato ad un altro font, il Times, utilizzato principalmente nei testi. La vera innovazione di questo progetto risiede nella sua molteplicità ed è per questo che rientra nella categoria della ” variabilità”. Questa varietà è collegata anche alla non selezione cromatica, infatti, vengono utilizzati praticamente tutti i colori della palette permettendo la riproducibilità del logotipo in qualsiasi valore cromatico. L’immagine coordinata include gli elementi della cancelleria, della grafica editoriale e di altre applicazioni istituzionali.

Risultato immagine per Moderna Museet             Moderna Museet — Stockholm Design Lab:

Tanti altri sarebbero gli esempi di musei che sono riusciti con tecniche e soluzioni differenti a funzionare nell’ambito della comunicazione visiva ma sebbene da questi si possano cogliere gli aspetti efficienti ed emularli è anche da considerare che ogni progetto è estremamente singolare e come tale richiede una propria specificità in relazione ai diversi elementi che sono stati descritti nella parte iniziale del testo.

La comunicazione visiva, anche se talvolta viene lasciata in disparte, può essere considerata una disciplina attiva poiché deve sempre stare al passo con i continui cambiamenti di quelle che sono le richieste della società ed è questa che, in fin dei conti, deve soddisfare.

Viviana Russo

[1] A. Wittlin, Museums: in search of a useable future, Cambridge, Mass. and London, MIT Press 1970.

[2] C. Ferrara,La comunicazione dei beni culturali: il progetto dell’identità visiva di musei, siti archeologici, luoghi della cultura, Milano, Lupetti- Editori di comunicazione, p.33, righe 6-9.

[3]  “Il Museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto”, ICOM, http://www.icom-italia.org

Bibliografia:

-C. Ferrara,La comunicazione dei beni culturali: il progetto dell’identità visiva di musei, siti archeologici, luoghi della cultura, Milano, Lupetti- Editori di comunicazione

Sitografia e altri riferimenti :

-www.musei.beniculturali.it/linee-guida-comunicazione.PDF

-www.icom-italia.org

-www.mymarketing.it  (articolo sul linguaggio pubblicitario)

-www.modernamuseet.se

-www.antipa.ro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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