Quanto la tecnologia può appartenere all’identità di un museo?

 

Non c’è dubbio che negli ultimi anni la tecnologia stia diventando uno dei punti cardini delle esperienze museali.

I musei stanno esplorando sempre di più tecnologie digitali e piattaforme online, per accrescere la conoscenza dei singoli visitatori.

Con dispositivi come smartphone, tablet e laptop, la tecnologia fornisce al pubblico informazioni sempre più dettagliate, esperienze di visita personalizzate e servizi con mappe di luoghi specifici.

Data la necessità di certi dispositivi e il successo di questi ultimi, sembrerebbe che la tecnologia oggi giorno sia un elemento fondamentale se non basilare per musei e altre istituzioni culturali.

Tuttavia l’uso di soluzioni sempre più all’avanguardia nei musei può diventare anche, con il tempo, una spada a doppio taglio.

La preparazione e l’inclinazione dei musei a esplorare nuove tecnologie è si interessante, ma è anche il punto della questione: quanto la tecnologia può spingersi e appartenere all’identità di un museo?

Come spiegano John H Falk e Lynn D nel loro libro (“The Museum Experience Revisited”, 2016):

The musuem should also consider experiences it would like the visitor to have while interacting with the exhibition or program and ask how the content can be woven into the experience.

One approach is through multi-sensory and multi-media techniques that help various audiences engage through visual, aural, and tactile means.

[…]However, it’s important to appreciate that technologiey is no panacea and is effective only whent its use is well thought out and integrity of the content is maintened.

Il museo dovrebbe anche prendere in considerazione le esperienze che il visitatore vorrebbe avere durante l’interazione con la mostra o l’esibizione, e chiedere come il contenuto possa essere sviluppato all’interno dell’esperienza.

Un approccio è attraverso tecniche multi-sensoriali e multimediali che aiutano a varie tipologie di pubblico ad impegnarsi attraverso mezzi visivi, uditivi e tattili.

[…]Tuttavia, è importante rendersi conto che la tecnologia non è una panacea, ed è efficace solo se il suo utilizzo è ben pensato e l’integrità del contenuto viene mantenuta.

Quindi l’evoluzione odierna di questi sistemi non può essere solo ed esclusivamente un rimedio universale ai bisogni del conoscere, ma anche cornice di contenuti da usufruire.

Perché in fin dei conti il segreto per il successo di un museo non si ottiene solo attraverso i contenuti e i beni culturali al suo interno, ma soprattutto attraverso il modo in cui gli stessi vengono raccontati.

Ed è qui che abbiamo esempi di come è possibile vivere esperienze museali a dir poco creative senza l’uso della tecnologia.

Prendiamo come primo caso quello dell’artista Aois Kronschlaeger nel museo pubblico Grand Rapids in Michigan, Usa.

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In questa serie di installazioni, intitolata “Habitat”, l’artista sfuma i confini tra le esposizioni classiche museali e l’area dalla quale lo spettatore osserva tipicamente ogni opera.

Rivoluzionando il concetto di museo sistematico, l’autore elimina ogni ostacolo visivo e rielabora il punto di vista dell’osservatore, rendendo così una fruizione tipicamente passiva, attiva.

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Il risultato creato è quello di un’esperienza del tutta nuova per il pubblico,
il quale si è trovato a contatto diretto con gli animali storici e i loro habitat,che sono tipicamente visibili solo attraverso un vetro protettivo.

“La necessità – dice lo stesso Kronschlaeger – era quella di esplorare un ambiente, sovrapponendo un’astrazione geometrica, su nuovi possibili spazi di rappresentazione. Attraverso il mio intervento, la soglia fisica viene rimossa, invitando così gli spettatori ad entrare nel paesaggio costruito.“

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Proseguendo troviamo un altro esempio di come è possibile ridisegnare uno spazio museale senza incorrere nella tecnologia.

E’ il caso dell’artista Olaruf Eliassion, nella sua prima esibizione presso il museo Lousiana del Modern Art in Danimarca.

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Introducendo elementi naturali in un contesto artificiale, l’autore immerge gli spettatori in un’autentica rappresentazione del mondo esterno, mutando i tratti somatici di un museo propriamente sistematico, e alterando il tipico processo di apprendimento conoscitivo museale.

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Questo atto quasi “provocatorio”, ci porta a far riflettere a quanto non siamo più in grado di vedere e vivere con i nostri occhi un paesaggio che non sia dietro a una lente di un telefono. A quanto sia più importante far vedere agli altri dove ci troviamo in quel esatto momento, anziché magari provare a scorgere un particolare di ciò che ci circonda.

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Ed è proprio da qui che nasce l’iniziativa del museo del Rijksmuseum di Amsterdam chiamata #Startdrawing.

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La direzione del museo vuole che i visitatori godano della collezione di opere d’arte all’interno di esso, nel modo in cui veniva apprezzata la stessa arte in epoca pre-cellulare. Attraverso questa iniziativa, i visitatori sono incoraggiati a portare i loro taccuini e disegnare le incantevoli opere di fronte loro, al contrario di registrare rapidamente e superficialmente un video sul proprio telefono.

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Spiega la stessa direzione del museo nel proprio sito che:

“Nel mondo di oggi degli smartphones e dei media, una visita a un museo è spesso un’esperienza passiva e superficiale. I visitatori sono facilmente distratti e non vivono veramente la bellezza, la magia e la meraviglia di un’opera d’arte. Questo è il motivo per il quale il Rijksmuseum vuole aiutare i visitatori a scoprire e apprezzare la bellezza dell’arte e della storia attraverso il disegno, così nasce #Startdrawing!”

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Quando si disegna, si è indotti a studiare ogni elemento di un’opera d’arte, e noteremo sempre piccoli dettagli che tipicamente ci sfuggono scattando una foto. Questa pratica permette anche di meditare sul significato di ogni opera, e siamo appagati comprendendo essa.

E’ chiaro che la tecnologia sia uno strumento che migliori le nostre vite e le nostre abitudini ogni giorno, ma quanto la tecnologia può spingersi e appartenere all’identità di noi stessi?

 

Bibliografia:

John H Falk  Lynn D, 2016, “The Museum Experience Revisited”

Sitografia:

http://mymodernmet.com/olufar-eliasson-transforms-museum-natural-terrain/

http://mymodernmet.com/alois-kronschlaeger-habitat

http://mymodernmet.com/rijksmuseum-camera-ban/

 

Lorenzo Marinozzi, Gruppo 06

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