L’importanza di un’immagine coordinata.

La comunicazione dei beni culturali è una cultura parlante, un dialogo tra il bene stesso e l’utente, allo scopo di sviluppare una società civile che si riconosce in un’identità comune. Negli ultimi decenni è aumentato l’interesse da parte delle istituzioni culturali riguardo l’identità visiva; le ormai aziende cultura sono disposte a tutto pur di avere visibilità, in termini di investimento finanziario e umano, in funzione di provvedimenti in ampia scala riguardanti l’architettura o in piccola scala come la semplice nominazione dei luoghi di cultura(es.acronimo).
Lo strumento principale della progettazione e comunicazione dell’immagine associata al bene culturale è l’immagine coordinata. “L’insieme delle immagini o idee o qualità di un ente che le persone hanno o si formano entrando in rapporto con loro tramite elementi, detti punti di contatto, quali marchi, edifici, prodotti, packaging, stampati, veicoli, pubblicazioni, uniformi, attività promozionali”(Ferrara, 2009, p 34).  Due esempi eclatanti di immagine coordinata sia dal punto di vista architettonico sia per quanto riguarda il logo sono il Centre Pompidou e il Mart.

Il Centro Pompidou di Parigi stabilisce una svolta decisiva nell’architettura museale. L’edificio è la spettacolarizzazione della cultura, nato per accogliere un gran numero di visitatori, il cui movimento diventa elemento visibile e integrativo della struttura. L’edificio lascia a vista non solo la struttura reticolare ma anche un fitto sistema di tubazioni che che ne percorrono il volume, come la rampa che porta all’esterno un sistema di collegamento verticale, comunemente inglobato. Flessibilità e adattabilità sono parole chiave del progetto: non esiste un singolo ingresso al museo e non sono presenti separazioni tra gli spazi espositivi o suddivisioni, tutto per evidenziare la natura interdisciplinare del luogo culturale.
L’architettura da sola, per la sua peculiarità ed eccentricità, è capace di trasformarsi in immagine di sé stessa, viene rafforzato dal lavoro del grafico Jean Widmer e dal type designer Hans Jurg Hunziker che ne disegna il carattere CGP (Centre Georges Pompidou). Il marchio traduce graficamente la lunga rampa sulla facciata, ne viene disegnato il contorno in uno sfondo regolare di linee parelle che si interrompono all’intersecazione con le linee inclinate, così il marchio ricorda la facciata, e la facciata stessa diventa un gigantesco supporto per l’immagine coordinata.
Nel 1997 avviene il più importante rinnovamento di identità visiva da parte di Ruedi Baur, è uno dei progetti più riusciti in quanto le forme adottate rispecchiano i contenuti da esprimere: il sovrapporsi di lettere in modo caotico diventano quasi un corpo unico che sembra ricreare graficamente il movimento della folla che quotidianamente percorre gli spazi di Beauborg. Il progetto raccoglie la trasformabilità e l’adattabilità a ogni situazione, caratteristiche richieste dalla committenza affinché il Centre Pompidou potesse avere un’identificazione forte e contemporaneamente esprime la diversità delle sue sezioni e manifestazioni. Il marchio rimane quello disegnato nel 1977; il font, oltre all’originario CGP, è un carattere sanserif, il FF DIN, utilizzato per tutte le composizioni dei testi; i colori scelti sono i colori primari, giallo, rosso e ciano, verde, bianco e nero; infine la composizione è una trama di caratteri su cui sono riportati i testi dando origine ad un effetto horror vacui in cui tutto lo spazio è interamente popolato da una moltitudine di lettere.
La segnaletica si sviluppa attraverso elementi tridimensionali, di varia forma e dimensione, che si differenziano per corpo e colore sospesi o autoportanti: pannelli quadrati o rettangolari bifrontali, in metallo verniciato a fuoco con testi serigrafati; panelli ellittici scatolari di diverse proporzioni; numeri e frecce in materiale plastico o realizzati con tubi di neon che ne segnano i contorni, sospesi nello spazio o ancorati alle superfici verticali; texture composte dalla sovrapposizione di parole chiave realizzate in materiale plastico. I colori sono quelli dell’identità visiva: il giallo saturo è il colore utilizzato per tutte le superfici che supportano l’informazione, il ciano per segnalazioni direzionali, il nero per le informazioni primarie il rosso per quelle secondarie.

 

La costruzione del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto inizia nel 1997 e finisce nel 2002. Il progetto, che porta la firma di Mario Botta, non possiede la spettacolarità dei musei parigini o newyorkesi ma ha un suo discreto aspetto monumentale, riuscendo a collocarsi sulla scena internazionale nonostante rappresenti un’identità territoriale locale. Si sviluppa in una zona di edilizia di qualità a cui il museo non appartiene. Superato il blocco di case si entra in un grande spazio pubblico coperto da una cupola vetrata con un grande foro al centro che rievoca la copertura del Pantheon. Intorno si sviluppa il museo in cui si trovano gli spazi pubblici dell’ingresso, dell’auditorium e quelli espositivi dove l’edificio diventa una superficie continua illuminata da una luce diffusa e omogenea. Il sistema allestitivo si sviluppa attraverso le “stanze d’arte”, in cui sono esposte opere minori raccolte attorno a un’opera principale della collezione secondo un percorso storicistico e tematico raccontato dai suggestivi nomi delle stanze (“Dipingere i rumori”, “il mese della luna” etc.).

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L’identità visiva del museo è un progetto di Pierluigi Cerri, il quale elabora un sistema estremamente semplice ed efficace. Tutto ruoto intorno all’acrostico Mart, che consente al museo di avere un nome sintetico e facilmente veicolabile grazie al rimando al pianeta marziano. Anche il disegno del logotipo risponde ai criteri di semplicità sia compositiva che comunicativa: due font sanserif usati il Futura e l’Helvetica neue, nei vari corpi, serie e declinazioni (extra bold condenced, heavy, bold, in lettere minuscole e capitali); tre colori primari più il nero; una composizione geometrica che prevede una sola sovrapposizione della a di arte sopra la lettera capitale della M di museo, forse a voler evidenziare un rapporto tra contenuto e contenitore.  L’immagine coordinata di Cerri è ampiamente sviluppata in interessanti soluzioni compositive giocate sulla simmetria della lettera M e sulla frase “Spedizione su Mart”.

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Carlo Maria Mosini

 

Bibliografia:

Cinzia Ferrara, La comunicazione dei beni culturali. Progetto dell’identità visiva dei musei, siti archeologici, luoghi della cultura, Lupetti, Milano, 2009.

Sitografia:

Centre Pompidou                                                                                               www.centrepompidou.fr
Mart                                                                                                                                 www.mart.trento.it

 

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